VENDO IL NULLA. IL CATALOGO UFFICIALE È ONLINE

Opera e progetto di Maurizio Di Feo
In collaborazione con ART IN Gallery | Milano
Introduzione di Stefano Daniele

Catalogo ufficiale che documenta l’evolversi dell’azione digitale “VENDO IL NULLA. Il marketplace come forma d’arte contemporanea” tenutasi da Maurizio Di Feo su un noto marketplace internazionale a partire dal 12 Aprile 2021 fino al 5 Luglio 2021.

“Vendo il nulla” è stata un’azione d’arte digitale incentrata sulla rappresentazione del nulla e sull’annullamento iconico dell’oggetto, privandolo della propria funzionalità, così da materializzare artisticamente il nulla. La piattaforma elettronica è stata adoperata come supporto dell’opera stessa e la rete internet impiegata come mezzo di sola creazione artistica.
Il pubblico è stato coinvolto in una forma di arte relazionale digitalizzata dove pur aggiudicandosi le aste online, dal valore simbolico, non ha ricevuto nulla di materiale. La sola ricevuta elettronica è valsa come documento di attiva partecipazione alla performance digitale, comprovando l’acquisto di un bene immateriale ancora più raro, la consapevolezza al consumo.

L’introduzione di Stefano Daniele traccia gli aspetti filosofici di un’operazione culturale e sociologica evidenziando il valore intrinseco dell’opera contrapposto alle colorite reazioni del pubblico, documentate tramite commenti e messaggi privati ricevuti dall’artista.
Susseguono documentazioni su ricevute vendute, tempistiche di vendita, messaggi ricevuti sulla piattaforma, richieste di rimborso, feedback ricevuti e la riproduzione delle settanta opere digitali messe all’asta.

In quest’azione Maurizio Di Feo (17 febbraio 1977) ha affermato la sua predilezione per una produzione cinica e ridotta al minimo nell’ausilio di materiali, attraverso tecniche confacenti ad elaborazioni dove la predilezione per il concetto sarcastico è alla base di un processo personale volto all’ esigenza metodologica incentrata sull’ordine e sull’equilibrio al fine della “decontaminazione” visiva.

Due momenti su Tutto il Nulla

  1. Dal Nulla

Qualche tempo fa – circa 2.520 anni – uno scugnizzo della provincia di Salerno (l’antica Elea) mise in guardia i mortali dall’intraprendere il sentiero di ricerca «che non è, e che è necessario che non sia»: la “via del Nulla” (28 DK B 2, 5). Si espresse in dialetto, nel dorico dei suoi avi; anzi, giurò di aver strappato il monito dalla lingua di Ananke: fu la dea a rivelarglielo durante un viaggio ultraterreno. Come che fosse, esso doveva suonare pressappoco così: «ἡ δ’ὡς οὐκ ἔστιν τε καì ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι». No, non si trattava di uno scioglilingua, né di qualcosa simile al famoso gioco delle tre carte. Certo, se l’Eleate avesse scelto di non proferire oltre, si sarebbe potuto gridare al matto (o alla Matta). E, invece, il venerando e temibile ammonitore, che a dirla tutta dovette essere piuttosto corto di statura – recenti scavi hanno rilevato che la porta della sua città fosse alta poco più di un metro e mezzo – proseguiva: «E io ti dico che questo è un sentiero su cui nulla si apprende. | Infatti, non potresti conoscere ciò che non è, perché non è cosa fattibile, | né potresti esprimerlo» (28 DK B 2, 6-8). E lo intonò, oltreché in dialetto, in esametri: il ritmo degli dei.

Figuratevi quanti tra i suoi lettori compresero – ed è il caso di dirlo, tutt’oggi comprendano – fino in fondo l’insegnamento. Nessuno riuscì a decrittarlo. Tutti, però, ne trassero conclusioni, alcuni tra le più bislacche. Tra i primi, un azzeccagarbugli siciliano sofisticheggiò così tanto su quelle sentenze che finì per capovolgerne il senso. I campi assolati e l’aria salsugginosa dell’isola natia dovettero venirgli a nausea se ne dedusse, in definitiva, che: «nulla esiste»; «se anche qualcosa esiste, non è comprensibile da un essere umano»; «se anche è comprensibile, tuttavia non può essere comunicata o spiegata da un altro» (82 DK B 3). Questa volta il messaggio è tanto chiaro da non richiedere l’originale greco. Così, come la risacca con Atlantide, l’Isolano inabissò l’essere in un mare di niente.

L’operazione, che a prima vista potrebbe sembrare innocua, gettò le generazioni a venire in un pantano di ansie: perché, se «nulla esiste», nulla ha senso; nonché, se nulla ha senso, tutto è lecito. Quanto prospettato, quindi, avrebbe avuto conseguenze nefaste anche sul piano pratico. In altre parole, alla luce delle nuove acquisizioni, anche i costumi più turpi avrebbero trovato giustificazione: «che sarebbe meglio buttare i cadaveri agli animali che nel fuoco, e che si possa abusare dei giovinetti senza ritegno»; «che i padri possano nutrirsi e cibarsi dei propri figli, e se qualcuno gettasse via una parte rifiutata del terribile pasto, chi non avesse ancora mangiato potrebbe cibarsene»; «che si mangino i morti»; «che non ci sia nulla di terribile a possedere la propria madre» (von Arnim, I, frr. 250-256). Commerci, questi ultimi, che i Padri della Chiesa attribuirono a un mostro – metà cinico, metà stoico – che per questioni cronologiche non ebbe la fortuna di imbattersi nel Redentore (l’Ente per eccellenza: «Io sono colui che sono», Esodo 3, 14). Ma sarebbe bene non proseguire oltre. Come riferiva un pudico filologo – al tempo in cui una caviglia scoperta bastava a far arruffare il baffo: continuare a tradurre queste massime sarebbe vietato dalla decenza.

Di questo allarmismo, circa un secolo prima della nascita del Cinocefalo stoico, se ne fece peso un Aristocle dalla fronte spaziosa, ma dal cervello finissimo. Forse, a giocare un ruolo decisivo (sebbene non esaustivo) nello sviluppo del suo pensiero, fu l’arcipelago di sventure che gli toccarono vivere sin da giovane: la condanna a morte del maestro (sentenziata dal tribunale democratico); nonché, più tardi, il fallimento di un colpo di stato in Sicilia, finalizzato a istituire una repubblica di soldati-filosofi. Ad ogni modo, lo Sfrontato cercò di recintare il mare di problemi introdotto dal nichilismo ideal-etico dei suoi predecessori. E per farlo, ripartì dal monito dell’Eleate. Lo reinterpretò, tuttavia, in un’altra chiave. La “via del Nulla” diveniva ora percorribile, ma in modo “diverso”. Il Filosofo dalla fronte a plateau, infatti, faceva notare che vi sono circostanze in cui il non-essere può essere pensato-detto come “altro da” (eteron). Anzi, sarebbe questa stessa possibilità a permettere l’esistenza del mondo nella sua pluralità e con le sue differenze. Per esempio, riportandoci in terra napoletana, è chiaro a tutti che il Vesuvio non sia San Gennaro; così come ci si possa mettere nelle condizioni di pensare-dire che la grazia del santo, quest’anno, non sia piovuta sui fedeli (pare, in effetti, che il sangue non si sia sciolto, o che ciò sia avvenuto in ritardo rispetto all’orario previsto).

In conclusione: vi è stata nella storia del pensiero una tradizione che ha sostenuto la possibilità di poter pensare e di poter dire, nonostante tutto, ciò che non sia (quell’altra cosa), o non sia presente in quel preciso momento, ma potrebbe esserlo in un altro (o potrebbe esistere in un altro luogo). Ma non complichiamo le cose più di quanto già lo siano.

Detto questo, nell’ultimo anno è spuntato chi non solo sia convinto di riuscire a rappresentare il Nulla, ma addirittura di poterlo vendere! E questo, potreste esclamare, sì che puzza del gioco delle tre carte. Se sia così? Chi può dirlo. Forse, sarebbe opportuno sospendere il giudizio o, perlomeno, provare a non covare pregiudizi. Se sia riuscito nel suo intento? La domanda è meno interessante di un’altra: come ci abbia tentato? Alcune risposte potrebbero essere trovate nel presente catalogo. Cercatele. E anche se, per sua stessa definizione, quest’ultimo finisce per irretire la performance nella sua potenza primigenia, fa pur sempre trasparire alcune delle vie che l’“annichilartista” ha calcato, nonché porta allo scoperto quel terreno, umidiccio e vermicolare, di forze, di azioni e di reazioni, che l’atto nullificante ha purtuttavia messo in essere.

  1. Al nulla?

Per cominciare, mutilare. L’azione di arte digitale, ideata da Maurizio Di Feo (MDF), Vendo il nulla, inizia, come da comunicato, con «l’annullamento iconico dell’oggetto» (supra, p. 4). L’artista raccoglie alcuni utensili (innaffiatoi, salvadanai, pettini ecc.) e li priva di una loro parte. Non una qualsiasi: quella che ne definisce la funzione, il valore d’uso, il senso (nel caso del pettine, i denti per esempio). Così, il bisturi dell’artista ripercorre i bordi dell’esemplare; ne segue le giunture e affonda, rigira, recide, divarica. Stacca le corone dalle teste, le teste dai piedi; i becchi dai colli e i manici dagli stomaci. Tuttavia, non lo annulla: propizia, piuttosto, l’esperienza del nulla. Difatti, MDF tiene a precisare: «il nulla è tangibile attraverso la mancanza di qualcosa, piuttosto che di tutto» (ibid). Più che dall’assenza, allora, il niente germina da quell’essere infiacchito; in quegli arnesi ridotti a carcassa, a carogne; suppura dalle loro ferite e contagia il fruitore, facendolo sprofondare in una spirale di vertigine, confusione, smarrimento e sudori freddi. L’innaffiatoio senza bocca inquieta e tortura: cos’è? A cosa potrebbe mai servire? A nulla, appunto. L’utensile perturbato diviene “perturbante”: unheimlich è l’aggettivo con cui il miglior Freud traduce quest’espressione. Una parola in cui – basterebbe visualizzarla per scoprirlo – la casa (Heim), e più in generale il familiare (heimlich) sono negati (un-). Ne deriva che l’oggetto scassato è anche s-casato: estraneo. Lontano, è rimandato oltre la staccionata del senso. Strappato al con-senso, si ritrae insondabile e minaccia.

Basterebbe esaminare alcuni dei commenti dei fruitori per avvedersene: «Ma il trapano funziona? Perché costa così poco? » (Infra, p.29). E lo possiamo immaginare il potenziale acquirente: lì, nella sua stanza-utero, incassato nella scrivania, al calore di un termoconvettore, incapace a rassegnarsi. Si ostina a considerare “senza mandrino” (è così che l’artista nomina le sue non-opere), ancora un trapano. Roba da psichiatria: voler vedere a tutti i costi Napoleone dove c’è solo un disturbo dissociativo della personalità. E il commento – da ultimo scherzoso – «Acquisto “senza manico” magari trovo un’inserzione che vende “senza spazzola” » (ivi,p.31) fa trasparire, purtuttavia, il bisogno di una ricomposizione del senso.

In secondo luogo, il moncone è fotografato e messo all’asta su piattaforma digitale (eBay). E qui, l’esperienza del nulla si amplifica: quello che in realtà si guarda non è null’altro che immagine. L’icona di un aggeggio privato della propria utilità. Le distanze sono, allora, reduplicate: perché cos’altro è l’immagine se non il fantasma della cosa? Ciò che esiste sullo schermo, ma nessuno potrà mai sapere se, al di là di esso, abbia sussistenza oggettiva, goda di durezza ontologica, ostenti una sua realtà corporea. Al termine dell’asta, quindi, l’acquirente fa i conti con una seconda assenza, ancor più straziante: quello che ha acquistato non è nient’altro che una ricevuta elettronica, «la consapevolezza del consumo», rivendica MDF (supra, p.4). Uno scontrino che registra (data, ora, prezzo) l’affiorare del desiderio umano.

Pure, si potrebbe aggiungere, la sua castrazione. Come recita qualcuno dei commenti: «Della tua denuncia non rimane neanche l’oggetto, che non esiste. Hai privato il desiderio. Rimane solo il conformismo»; e un altro, andando più affondo: «Oggetti venduti già privi del loro significato e della loro funzione. Oggetti già non desiderabili […] Non possono produrre desiderio perché già arresi alla fame di possesso»; ancora «Rendere vacui e vuoti e non più desiderabili gli oggetti in nostro possesso per poi sostituirli con altri che, nel loro cerchio vizioso del consumo, a breve termine diventeranno vuoti anch’essi» (infra, p. 32).

Ma non tutti sono pronti ad accogliere la provocazione e lanciano fulmini, strali, improperi. Mortificano, più del nulla stesso: «Il nulla nel nulla. Ormai l’arte è vacuità [.] Le persone come te stanno finendo di rovinare il sistema romantico dell’arte»; qualcuno con più acume, domanda: «Ma tu sei il lettore o il prodotto del nostro tempo? » (Ivi, p. 30).

Irrompe, poi, un lamento: «Nulla da dire», il primo vagito. E, se fosse davvero così, avremmo potuto metterci l’anima in pace. Invece no. L’utente frigna: «Io mi vergognerei a definirla arte». Sciorina, di qui in poi, una serie gratuita di circonvoluzioni sul bello, l’amore, il romanticismo, che finalmente ne svelano l’intento ultimo: l’ostentazione dell’Io. «Un giorno ved[r]emo cosa resterà di queste [sic!] “trovate” di certo le mie tele ed i miei colori saranno sempre reali» (ivi, p. 28). Così piange e urla, si sbraccia, sgambetta, scalpiccia il pargolo onnipotente.

Desta interesse un ulteriore passaggio stralciato dal precedente piagnisteo: «andate avanti a raccomandazione in un sistema malato». E la cosa fa riflettere. Piuttosto che voler restituire i giusti meriti all’artista (evito la retorica del “si è fatto da solo”), occorrerebbe riportare il commento di quanti hanno elogiato, tra le altre cose, il suo coraggio. Traslando l’intera performance su piattaforma elettronica, MDF chiude con un sistema di luoghi e cerimonie trombonesche: gallerie, atelier, musei marchettari e tartine, tartine in quantità. Esiziale il commento: «La Gallerist s’vol accit!!!» [la tua gallerista vorrebbe uccidersi] (ibid.). Almeno il suicidio è stato evitato, dato che alla performance ha collaborato Art in Gallery (Milano): un luogo non proprio à la page.

Vorrei concludere accennando a un ultimo dato, ancor più inquietante. A opporsi all’atto nullificante dell’artista, ancor prima che il pubblico, pare sia stata la stessa piattaforma. Dove il marketplace, lungi dall’essere una «vetrina espositiva […] un canale per la diffusione di oggetti estetici», diveniva «supporto dell’opera stessa […] mezzo di creazione artistica» (supra, p.4). In quanto parte integrante dell’opera, esso prendeva vita e rivendicava, a fronte delle pretese dell’artista, le proprie: fatturare. Così, quanti nei giorni dell’esposizione avessero navigato tra gli annunci di MDF, si sarebbero resi conto di un simile ammutinamento. Quasi a dimostrare che l’essere (sebbene nella forma di merce) ecceda il nulla; faccia di tutto per vincere il suo opposto. Per fare solo qualche esempio, la piattaforma consentiva all’avventore di mettere in vendita prodotti simili. Ciò, contravvenendo alle mire dell’artista che, più che oggetti, cercava di trafficare in non-oggetti o, riproponendo la sua stessa logica, trattava “senza-oggetti” (una livella “senza bolla”, uno scacco “senza corona”, un pettine “senza denti”, un salvadanaio “senza feritoia”). Non solo, il re dei siti e-commerce pareva aggrapparsi con le unghie e con i denti a qualsiasi parola, financo alle descrizioni delle opere, pur di incentivare l’acquisto di ninnoli all’apparenza simili. E, in ultimo, lo stesso nome del creatore, Maurizio, innescava un meccanismo di rimandi pubblicitari, tra cui le “cartoline del Castello di San Maurizio”. Insomma, la piattaforma (quindi l’opera stessa) cospirava contro il proprio creatore.

Alla fine della fiera, lascia sorpresi il fatto che, nella ricerca del nulla, e della presa di coscienza di esso, MDF si ritrovi – forse si sorprenda – a creare. Commercia con l’ente, pur volendolo spogliare dai balani della società dei consumi. E – pur se avesse preso un granchio – sembra essere riuscito a smuovere le coscienze, a far riflettere. Puranche chi – “senza palle”, come una delle opere del suo catalogo – gli suggeriva di rivolgere verso sé stesso l’atto artistico con due colpi, secchi: «Sparati coglione. » (Infra, p.27). Cosa che MDF avrebbe pur fatto, se a comparire tra i suoi articoli non fosse stata una pistola “senza grilletto”.

Stefano Daniele
Scuola Superiore di Studi Storici dell’Università della Repubblica di San Marino

 


SOSTENIBILIT#

MAURIZIO DI FEO ARTE

SOSTENIBILIT# 2021 | Video 02:42 | 1920×1080 | 31,96 MB

“SOSTENIBILIT#” è un’opera sonora incentrata su una parola univoca che possa essere recepita da tutti i popoli. La parola sostenibilità è ripetuta in 57 lingue ufficiali, invitando l’ascoltatore a una personale visualizzazione della tematica, senza necessitare di direttive e di ulteriori sovrapproduzioni di manufatti artistici.

Caratteristiche tecniche: Titolo: SOSTENIBILIT#

Anno: 2021

Elementi:  Fotografia stampata su carta eco blue Back 130 gr | cm 50×70 – Cornice in rovere FSC (Forest Stewardship Council) con vetro

Sonoro in cuffie mp3 integrato Misure totali opera: 120×50 cm c.ca


VENDO IL NULLA. Il marketplace come forma d’arte contemporanea

MAURIZIO DI FEO

COMUNICATO STAMPA

Azione su ebay dal 12.04.2021 fino ad esaurimento ricevute

Opera e progetto di: Maurizio Di Feo

In collaborazione con: ART IN Gallery | Milano

“Vendo il nulla” è un’azione d’arte digitale incentrata sulla rappresentazione del nulla e sull’annullamento iconico dell’oggetto, privandolo della propria funzionalità.

La performance digitale attraverso una costruzione logica, materializza artisticamente il nulla e lo smarrimento esistenziale.

La piattaforma elettronica viene impiegata come supporto dell’opera stessa e non come vetrina espositiva. La rete internet è utilizzata come mezzo di creazione artistica e non come canale per la diffusione di oggetti estetici.

L’intera azione mira ad attivare un’operazione culturale e sociologica.

Maurizio Di Feo usando il marketplace come supporto espressivo, propone un catalogo di settanta articoli dove il nulla è tangibile attraverso la mancanza di qualcosa, piuttosto che di tutto.

Il pubblico pur aggiudicandosi le aste online, dal valore simbolico, non riceverà nulla di materiale. La ricevuta elettronica varrà come documento di attiva partecipazione alla performance digitale e comproverà l’acquisto di un bene immateriale ancora più raro, la consapevolezza al consumo.

 

LINK DI ACCESSO https://www.ebay.it/usr/vendoilnulla


La lista su eBay
“Vendo il nulla” così Di Feo sonda il post-dada

di Roberto Lacarbonara

da La Repubblica, 21 aprile 2021

Quello che manca nei floridi mercati digitali è il rumore caotico del mercanteggiare. Trattare sui prezzi, fiutare l’affare, convincere all’acquisto, convincersi, desistere. Niente di tutto ciò nel marketplace di rete, solo un prezzo imposto oppure un’asta con le offerte al rialzo, magari affidate a software “sniper” (letteralmente “cecchini”) capaci di sostituirsi all’offerente automatizzando le proposte d’acquisto. Maurizio Di Feo (1977), artista pugliese di stanza a Milano, approda in questi giorni nella piazza del mercato di eBay con un’operazione post-dada, “Vendo il nulla”: una vetrina di oggetti afunzionali, esche e simulacri di un impulso all’acquisto prontamente inibito dal messaggio in descrizione. “Aggiudicandoti questa asta non riceverai nulla. La ricevuta elettronica varrà come documento di attiva partecipazione alla performance digitale”. Scorre la lista degli “oggetti-senza” di Di Feo, artista che, al contrario, dall’oggetto assemblato, manipolato e riattualizzato, ha tratto negli anni fortuna espositiva e riconoscimento. Questa volta i suoi “Senza-coda”, “Senza-denti”, “Senza-manico” — eco fossile di tanti “Untitled” — appaiono come enigmatici mutanti, dispositivi celibi per icone a buon mercato: “un catalogo di articoli dove il nulla è tangibile attraverso la mancanza di qualcosa”. L’artista ragiona sulle tante, troppe carenze che ogni condizione digitale contrae nell’esperienza reale, senza tuttavia demonizzare i mezzi, bensì monetizzando la qualità effimera dei linguaggi per social e l’aspetto immateriale della nostra relazione con le cose. Ma sul fondo dell’operazione è inevitabile non scorgere anche un ulteriore riferimento al sistema dell’arte contemporanea. Un’ironia sottile rivolta alla vacuità dell’arte digitale e al rinnovato mercato della cryptoarte. Nell’epoca esaltante delle grandi aste internazionali rivolte ai contenuti virtuali, Di Feo rimette in
campo un fare manuale e artigianale, pur rivendicando cinicamente un ruolo sulla scena di quel nulla in forma di immagini che ci rende ogni giorno più partecipi di una inconsapevole performance collettiva.


L’arte, il nulla e altre malinconie

Maurizio Di Feo, in collaborazione con Art in Gallery | Milano, ha creato una serie di oggetti che non significano nulla e che sono privati della loro funzione. Un’asta collettiva dove si vende il nulla.

di Dario Orphèe La Mendola

da Segno Online

Può non sembrare così, ma sto giorno, settimane, mesi o, se sono parecchio sfortunato, anche anni dietro a un concetto, a un’idea, un’intuizione ecc. Prima di capirci qualcosa, chiedo agli amici più cari (e mi dispiace per loro) ciò che ne pensano di x e di y, li imploro affinché mi spieghino perché questo, perché quello. Poi leggo tanto sull’argomento, dissipando i pochi averi. Poi ancora effettuo dei controlli incrociati tra il giudizio del popolo e le fonti, tra l’ipse dixit e gli accaldati dialoghi intrattenuti nei pressi del mio bar preferito. Alla fine, con un punto di mosche in mano, me ne esco con una risata e tutto se ne va semplicemente a decomporsi. Accade sempre così. 

Rido non perché adori la retorica, non perché voglia sentirmi superiore, e nemmeno perché ridere è l’unico atto intelligente dentro la sfera di un’umanità scadente. Non mi permetterei mai! Rido perché ridendo recupero il tempo perduto e la fatica accumulata. O almeno mi pare di recuperare tempo e fatica. In realtà tempo e fatica s’amano: ciò che recupero è il silente vento di solitudine che gli soffia intorno. 

Parlando d’attualità, per esempio, due temi in questi giorni occupano i miei pensieri caratterizzando negativamente l’esistenza (che comunque è negativa da sé). Il primo è perché, in una repubblica democratica come l’Italia, la cui sovranità appartiene al popolo dal 2 giugno del 1946, in ogni talk show di ogni fascia oraria si parli di monarchia con commozione, ammirazione e in modo massivo, nonostante questa forma di governo sia stata abolita da un referendum. Il secondo, invece, è perché la gente deve invadere le preziose pagine dei social dissertando acrobatici ragionamenti su una fotografia di una casa di moda, malgrado sappiamo che questo settore industriale è tra i più inquinanti al mondo, tesi addirittura dimostrata da dati scientifici pubblicati da autorevoli enti di ricerca. 

Se inoltre ricordo a me stesso che tra gli scaffali delle librerie esistono ancora autori come Foucault, Guattari, Žižek, Descola ecc. — a meno che non li abbiano sequestrati —, e che il 90% della popolazione è in grado di leggere e informarsi per bene sulle cose, e che tra l’altro i due suddetti temi esposi nel capoverso precedente avvengono durante la pandemia, mi chiedo per quale motivo la gente aneli all’obnubilamento e quasi svengo. Ecco, il nulla, perché? 

Noto che il nulla si fa sempre più sublime, incomprensibile, invadente. Un buco nero dal quale non è possibile fuggire. Una profonda pozza che assorbe tutta la meravigliosa diversità alla quale la vita, dopo tanti sforzi, dopo tanto sudore e catastrofi, era approdata. Ovviamente mi affliggo, ma a metà: so che il cervello umano contemporaneo, più in là del gelato con schegge di vetro che sta leccando, non potrà aspirare; so che (liberamente ispirandomi a Daniele Luttazzi) la scarsità intellettuale nella quale ci troviamo è più che sufficiente per l’italiano comune. E dunque perché non dare dignità a tale nulla vendendolo? 

Maurizio Di Feo, dal cui sito internet leggo che vive e opera a Milano, dallo scorso anno propone un’ontologia concreta dello spirito culturale nel quale siamo piombati, con un’operazione perfettamente coerente ai tempi e, col senno di poi, direi “profetica” vista l’avanzata dei demoniaci NFT, da settimane sulla bocca di tutti (per le ragioni di cui sopra, è chiaro!). 

Sul sito commerciale eBay l’artista, alla pagina “Vendo il nulla”, offre a cifre abbordabili una settantina di articoli preceduti dalla preposizione «Senza»: uno scopino senza manico, un orologio senza ore, una tastiera senza lettere, un monopattino senza manubrio ecc. 

Riporto quanto lo stesso artista annota, spiegando i principi del suo progetto: «”Vendo il nulla” è un’azione d’arte digitale incentrata sulla rappresentazione del nulla e sull’annullamento iconico dell’oggetto, privandolo della propria funzionalità. La performance digitale attraverso una costruzione logica, materializza artisticamente il nulla e lo smarrimento esistenziale. La piattaforma elettronica viene impiegata come supporto dell’opera stessa e non come vetrina espositiva. La rete internet è utilizzata come mezzo di creazione artistica e non come canale per la diffusione di oggetti estetici. L’intera azione mira ad attivare un’operazione culturale e sociologica. Maurizio Di Feo usando il marketplace come supporto espressivo, propone un catalogo di arte immateriale, di articoli dove il nulla è tangibile attraverso la mancanza di qualcosa, piuttosto che di tutto. Il pubblico pur aggiudicandosi le aste online, dal valore simbolico, non riceverà nulla di materiale. La ricevuta elettronica varrà come documento di attiva partecipazione alla performance digitale e comproverà l’acquisto di un bene immateriale ancora più raro, la consapevolezza al consumo».

Certo, non nascondo che di scopini senza manici ne avrei acquistati una ventina, per regalarli a chicchessia a mo’ di dispetto (la battuta è sottile, e tuttavia volgare; perciò vi chiedo anticipatamente scusa, se doveste un giorno figurare nella vostra mente priva di peccati la sporca immagine che sto adesso pensando). Ma, nel mondo del nulla in cui vivo, una ricevuta elettronica rilasciata dall’artista va più che bene. Il simbolo è tutto e il tutto è nel simbolo, diceva qualcuno. Se inoltre mancano i significati, allora il consumo è davvero l’unico paradigma. Altrimenti perché secondo te, tra qualche anno, permetteranno a un influencer di guidare un governo? Oh, forse questo segreto dovevo risparmiarmelo!


“Vendo il nulla” – Il Marketplace come forma d’arte contemporanea.

Intervista a Maurizio Di Feo

Redazione Baloon Project

Ciao Maurizio, perché e quando hai deciso di mettere in vendita il nulla?

È stata una necessità quella di decifrare il nulla in un’operazione di acquisizione, ritraendo virtualmente l’attuale società.

Oggi tutti vogliono vendere qualcosa e per la maggior parte delle volte trattasi di esubero.

Giornalmente si vende e si acquista il nulla ma in pochi ne sono consapevoli.

Tu stesso definisci il nulla lo smarrimento esistenziale dell’oggetto estetico e una riflessione sulla consapevolezza al consumo. Perché hai voluto creare un’asta e non hai semplicemente messo in vendita gli oggetti?  

Nel momento in cui avessi inserito un prezzo ad oggetti irreali avrei mercificato gli ennesimi prodotti, andando contro il presupposto dell’intera azione.

Ho completamente annullato il valore delle opere ed il principio di vendita.

È un intervento indirizzato ad un’esperienza sociale, dove il valore stesso dell’opera non è correlato ad un valore economico ma ad un valore esistenziale.

La base d’asta è minima perché è l’osservatore che stabilisce quanto offrire. L’offerta la facciamo per noi stessi. L’asta ci mette innanzi alla nostra coscienza.

Quali sono i limiti e i problemi del sistema delle aste online?

I limiti delle aste indipendenti sono stati dettati, per molto tempo, dalla sudditanza di settore.

Oggi sono molti gli artisti che vendono le opere in autonomia, rendendo il mercato ed il collezionismo, indipendenti e democratici, il che comincia a recare notevoli disagi per la “catena alimentare” del sistema dell’arte.

Prestigiose case d’aste stanno orientandosi verso le aste on line avendo l’esigenza di abbattere i costi logistici. Stesso dicasi per i musei che in questo momento hanno la sola necessità di vendere per far quadrare i conti. Controtendenza non casuale, il fenomeno del mercato NTF.   

Da un approssimativo quadro generale ben si deduce che le aste sono il futuro dell’arte.

Nel precedente progetto pugliese “Prossimamente Arte” il tuo tono è speranzoso, ti auguri che tutta l’arte possa riaprire presto le porte al pubblico. In quel caso hai “diffuso” il tuo progetto su 50 espositori su strada, attraverso la formula del manifesto che richiama un po’ la “vecchia” scuola. Hai smosso gli animi sulla soggettiva priorità dell’arte, come sei arrivato da “Prossimamente Arte” a vendere oggi il Nulla su eBay?

L’arte riaprirà le porte al pubblico e dovrà farlo con un atteggiamento propositivo e differente da quello assunto finora.

“Prossimamente arte” è stata dal principio promotrice di una reazione artistica. Assieme a Pierluca Cetera e Jasmine Pignatelli, co-curatori, abbiamo abbattuto virtualmente le distanze governative imposteci ed ispirato molte altre manifestazioni artistiche simili.

Glia artisti, scelti dal panorama artistico contemporaneo, hanno alimentato una reazione per la collettività rinunciando all’individualismo.

Il successo di questa mostra diffusa risiede nell’intero processo e non solo nella bellezza intrinseca dei singoli manifesti.

Personalmente sono interessato più a cosa generi qualcosa piuttosto che a cosa lo abbia generato.

Sono attratto dalla visione d’insieme più che dalla singolarità.

L’artista deve assumere un ruolo di coordinatore, interagendo e comunicando con lo spettatore. Il pubblico odierno è esigente. Non si accontenta di osservare passivamente ma vuole esserne partecipe.

È disinteressato dalle soporifere recensioni artistiche che gli sono state propinate per anni.

“Vendo il nulla”, a seguito di tali esigenze, è stata concretizzata sulla piattaforma elettronica, impiegandola come mezzo di creazione artistica e di supporto dell’opera stessa e non come vetrina espositiva.

“Vendo il nulla” è un’operazione rivolta al pubblico. È un monumento elettronico, un happening virtuale, una performance dove il pubblico, acquirenti e non, con la sua presenza digitale alimenta l’opera stessa.

È un’esperienza collettiva. Chiunque può prenderne parte diventando componente umana e concettuale.

In “Combinazioni Arte Urbana” evidenzi come i rifiuti e le modalità di scarto cambiano e si differenziano da uomo a uomo e, in un certo qual senso, lo identificano e caratterizzano.
Se lo studio del rifiuto può accendere una riflessione artistica, ma soprattutto culturale e antropologica, dove vogliono colpire gli oggetti in vendita senza -apparente- utilità?
 

Il disordine è la risultante delle problematiche odierne.

“Combinazioni Arte Urbana” è un’archiviazione a favore di un ordine necessario per comprendere i reali bisogni sociali.

“Vendo il nulla”, invece, materializza artisticamente il nulla, lo smarrimento esistenziale, il desiderio che alimenta il famelico consumismo che innesca un continuo flusso di insoddisfazione e di confusione.

Dovremmo smetterla di produrre ulteriore roba per accumulatori seriali. Il feticcio è la componete che ci lega al passato. Non ne abbiamo più bisogno.

Preferisco produrre l’inafferrabile e per questo la scelta di non vendere oggetti ma solo il concetto e la loro componente di acquisizione, la ricevuta elettronica.

Sembra che tutti i tuoi lavori si contaminano e si mescolano tra loro, è una volontà cosciente?

Certamente. Mi focalizzo maggiormente sull’analisi delle cose e credo sia opportuno mantenere una lettura tecnica senza compiacersi nel virtuosismo e nella lettura consueta.

Il processo creativo segue un ordine, pertanto l’evoluzione del linguaggio e del pensiero, fluiscono di pari passo coerentemente. Senza continuità non c’è armonia.  Ogni opera è frammento del successivo lavoro e spunto di riflessione sul divenire. Ogni azione osserva la precedente e la precedente è proiettata verso la successiva. Una sorta di produzione dinamica e perpetua che muta forma con lo scorrere del tempo.

Quale pensi sia il ruolo e la posizione che occupa oggi l’arte contemporanea?

L’arte contemporanea ha senso per gli esperti del settore. Per la maggior parte degli individui pare sia una componente esistenziale priva di valore. L’arte contemporanea va insegnata e contemplata ma necessita di tempo per essere compresa e in una società fondata sul consumo non c’è tempo da dedicare all’intelletto. È un settore globalizzato che necessita di personalità propositive che gestiscano spazi capaci di dialogare anche attraverso il mondo virtuale. I giovani e futuri collezionisti, esigono di essere coinvolti anche attraverso i nuovi linguaggi ed essere informati tramite riviste online indipendenti e libere dal conformismo dilagante. È intollerabile proporre l’arte visiva come se fossimo ancora nello scorso decennio. Chi si ostina a rimanere indietro, rischia di essere tagliato fuori. I galleristi devono, per impegno culturale, sostenere ed osare nei progetti sperimentali e a tal proposito evidenzio l’ardire ed il supporto di Art In Gallery Milano in una fase delicata per le gallerie, le fiere e tutti i contenitori culturali. La pandemia ha accelerato il processo ma era inevitabile.

La nostra è un’epoca di cambiamento radicale e dobbiamo essere felici di essere presenti.

Stiamo vivendo il futuro.

Cosa ti auguri per il futuro?

Morire il più tardi possibile.


PROSSIMAMENTE ARTE

l’Arte sostiene il Cinema, il Cinema sostiene l’Arte. 

“Mostra diffusa”  nei luoghi della settima arte pugliese.

Dal 30 gennaio 2021 fino alla riapertura delle sale cinematografiche. A cura di: Pierluca Cetera, Maurizio Di Feo, Jasmine Pignatelli

Di Feo Maurizio

 

Maurizio Di Feo | Latte Vaccino + | 2022 | Manifesto stampato su carta blue Back 130 gr | cm 100×139

“Prossimamente” è una mostra diffusa che attraversa la Puglia nei luoghi della settima arte. 26 artisti espongono attraverso la formula del “manifesto” all’interno dei 50 espositori su strada che le sale cinematografiche (chiuse per i decreti a tutela della salute pubblica), mettono a disposizione di ciascun artista. 26 artisti si misurano con quello che per eccellenza è tra i più importanti mezzi di comunicazione: il manifesto (140×100 cm), storicamente utilizzato per informare e comunicare messaggi, sogni, desideri.

La mostra è un esperimento espositivo che mette in scena le forme resilienti dell’arte in un invito aperto ai passanti a vivere l’arte come esperienza collettiva. “Prossimamente”, termine usato nel gergo cinematografico, allude alla speranza di un futuro migliore, che permetta a noi tutti di rituffarci nel magico mondo del cinema e delle Arti tutte. Nutrimento del nostro progresso e dell’elevazione umana e morale le Arti appaiono oggi, nel pieno di una planetaria emergenza sanitaria, come le grandi dimenticate o peggio, rimosse dalle priorità e dalle necessità degli individui. La pandemia e relativi dpcm hanno svuotato i luoghi dell’arte, dai teatri ai cinema, dalle sale da concerto ai musei. Nonostante le limitazioni, gli artisti e gli operatori culturali hanno manifestato innovative e creative forme di resilienza e mai si sono abbandonati alla resa.

Le sale cinematografiche sperimentano con questo progetto la volontà di aprire i propri spazi all’arte contemporanea, per continuare a intrattenere il pubblico, per continuare a offrire un momento di svago, ma anche per sugellare un inedito scambio culturale nelle inusuali location fuori dal sistema delle gallerie e deimusei. In attesa delle riaperture delle sale cinematografiche, riaccendere simbolicamente le luci degli espositori e in essi mescolare opere e forme d’arte è il nuovo rito artistico e collettivo per custodire e proteggere l’identità culturale e i luoghi del pensiero. Anche nella loro assenza, i luoghi della cultura, non sono mai stati così presenti. Si immagina un giorno in cui ogni forma d’arte tornerà più viva che mai. 

Opere di:  Elena Bellantoni | Valerio Berruti | Silvia Celeste Calcagno | Pierluca Cetera | Michele Chiossi | Maurizio Di Feo | Elisa Filomena |Andrea Francolino | Nunzio Fucci | Giovanni Gaggia | Claudia Giannuli | Eva Hide | Andi Kacziba  |Jasmine Pignatelli | Cosimo Terlizzi | Nicola Vinci | Virginia Zanetti | Claudio Zorzi | Emiliano Zucchini

http://prossimamentearte.wixsite.com/kino


 [TRAFFICO]

 [TRAFFICO] | 2020 | Manifesto  su carta blue Back fustellata – 130 gr | cm 100×139. Torre del Greco  | NA

Il sottotitolo ed il codice braille fustellato, riportanti la dicitura [TRAFFICO], emergono sul frame di una spiaggia in 16:9, delineandone il contrastante sonoro di sottofondo.

L’opera | manifesto è una riflessione sui limiti della settima arte, che evidenzia il disagio dei ciechi e dei sordi innanzi alle odierne proiezioni cinematografiche sprovviste di ausili tecnologici seppur esistenti.

“Traffico” è il manifesto di un film ideale, capace di comunicare universalmente.


[TRAFFICO]

 

Maurizio Di Feo | [TRAFFICO] | 2020 | Manifesto stampato su carta blue Back fustellata – 130 gr | cm 100×139. Torre del Greco  | NA

COMBINAZIONI ARTE URBANA. INCONSAPEVOLI INSTALLAZIONI | MILANO 2017 – 2020

STREET ART E INSTALLAZIONI URBANE

È un cumulo di rifiuti ordinati, intrinseco di bellezza, che parla di noi. Non si vuole porre l’attenzione sullo smaltimento urbano, bensì è un invito a riflettere su uno stile di vita consapevole.  La combinazione urbana non è l’opera d’arte finale, bensì il modello per lo scatto fotografico finale non soggetto alla manipolazione di terzi.

MAURIZIO-DI-FEO-ARTE-CONTEMPORANEA

COMBINAZIONI URBANE MILANO 2017 | 2020 | Serie formata da 43 stampe digitali inchiostrate | 21 x 29,7 cm 

Dai rifiuti possiamo dedurre le abitudini degli uomini. Gli scarti si differenziano da uomo a uomo e da popolo in popolo, deducendone il ceto sociale e l’approccio esistenziale. 

Da un punto di vista comportamentale si può notare come l’uomo abbia bisogno del controllo per non degradarsi in condotte istintive e disordinate. Osservando un’isola di raccolta indifferenziata, si nota il caos nell’accatastamento. Questo avviene quando non c’è un controllo reale sull’individuo consumatore. Nel momento in cui lo stesso soggetto ripone i rifiuti al di fuori della propria abitazione, per uno smaltimento richiesto personalmente all’ente comunale, il suo atteggiamento cambia. Ben si nota, in quanto personalmente imputabile, l’ordine nell’accatastare i propri rifiuti, perché da esso dipenderà il giudizio esterno degli operatori e dei concittadini.

Questa è un’espressione dettata dal controllo. Se l’uomo è controllato, s’innesca una sorta di ordine e questi accatastamenti di rifiuti divengono principio di arte concettuale dando forma a casuali istallazioni d’arte urbana.


COMBINAZIONI IN STUDIO . MILANO 2017 | 2019

Arte contemporanea dell'artista Maurizio Di Feo. Combinazione in studio con secchio nero. Milano.

COMBINAZIONI IN STUDIO | MILANO 2017 | 2019 | Serie formata da 15 stampe digitali inchiostrate | 21 x 29,7 cm

Nelle “combinazioni urbane” il rifiuto come opera d’arte assume due variabili.  La prima è quella fotografata nel contesto cittadino, con ammassi casuali che generano installazioni estemporanee e dove l’artificio manipolativo non è contemplato, ma deve essere considerata come opera d’arte casuale e sociale. La seconda metodologia è quella fotografata in studio e iconizzata attraverso la scelta dei rifiuti.